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domenica 11 aprile 2021

Appunti sulle restrizioni - Avv. Valerio Donato

A marzo scorso, gli appartenenti al movimento delle sardine si sono recati, da più parti di Italia, a Roma per manifestare davanti alla sede del Partito Democratico, violando così il confinamento e il divieto di spostamento tra le regioni. 

I leader del movimento facevano però sapere di non essere stati sanzionati per avere rispettato la circolare del Ministero dell'Interno n. 15350/117/2/1 che permette lo svolgimento di manifestazioni pubbliche “regolarmente autorizzate”. La stessa circolare consentirebbe inoltre spostamento da e verso regioni e zone con più elevato livello di rischio qualora queste manifestazioni fossero di carattere nazionale. 

Sennonché nella circolare in oggetto (qui) nulla di tutto ciò si legge. Pochi giorni dopo l’evento delle sardine, peraltro, una manifestazione (“non autorizzata di No Mask e No Vax” così il Messaggero (qui) di lavoratori a Torino riceveva tutt’altro trattamento: come riferisce l’articolo citato “al termine della manifestazione sono state comminate una cinquantina di sanzioni per violazione delle norme sul contagio”. “Tra queste, una trentina per mancato uso della mascherina e una ventina per mobilità ingiustificata [SIC!] in un comune [ma le sardine si erano mosse da più regioni] diverso da quello di residenza”. 

La testata prosegue riferendo che in piazza c’erano “anche volti dell'estrema destra e alcuni anarchici, e un candidato sindaco” (Ugo Mattei, della lista "Futura per i beni comuni", vicino all'ex vicesindaco e assessore all'Urbanistica Guido Montanari), colpevole di avere invocato la “libertà di manifestare comunque la si pensi” addirittura “ricevendo applausi”. 

Se fa più scalpore l’evidente doppiopesismo, tanto della carta stampata quanto dell’autorità di Pubblica Sicurezza, dietro queste notizie si cela qualcosa di veramente insidioso: l’idea, falsa, che le manifestazioni debbano essere previamente autorizzate. Sul punto la Costituzione appare tranciante. 

L’art. 17, infatti, stabilisce che “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi” (comma I), che “per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso” (comma II) e che le sole “riunioni in luogo pubblico” devono essere precedute dal “preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” (comma III). La previsione di una richiesta di autorizzazione preventiva sarebbe pertanto incostituzionale.

La circolare citata da Santori, come già detto, nulla dispone sulle manifestazioni in luogo pubblico limitandosi a ribadire il divieto espresso per lo svolgimento di sagre e fiere di comunità (ma solo se “contraddistinte dal carattere locale”, rimanendo “consentite quelle di carattere nazionale e internazionale”). 

Ma l’idea, incostituzionale e contraria alla libertà fondamentale del cittadino di riunirsi liberamente, che le riunioni in luogo pubblico debbano essere previamente autorizzate, purtroppo, è entrata subdolamente nel nostro ordinamento già prima della (asserita) emergenza sanitaria. Il riferimento è ai fatti di piazza San Carlo a Torino del 3 giugno 2017. 

Come noto quella notte fu trasmessa su un maxi schermo la finale di Coppa di Campioni e, a causa di gravi manchevolezze organizzative e di sicurezza (fu permessa la vendita di bottiglie di vetro e furono posizionate male le transenne in modo da impedire vie di fuga), al momento in cui dei balordi crearono il panico tra i tifosi assiepati si creò un parapiglia che causò numerosi feriti e causò la morte di due donne. 

Le evidenti responsabilità dell’amministrazione comunale e della Pubblica Sicurezza, infatti, è stata presa a pretesto per introdurre il principio non solo dell’autorizzazione preventiva (in realtà le leggi di pubblica sicurezza prescrivono già che gli eventi di intrattenimento più grandi o a scopo di lucro debbano ottenere la licenza di pubblica sicurezza – oltre ovviamente al permesso di occupare il suolo pubblico rilasciato dall’ente titolare del medesimo), ma anche quello che sagre, manifestazioni ed eventi per tenersi in pubblico debbano essere assistiti da un piano di sicurezza, redatto da un professionista privato, e da un apparato di sicurezza svolto da operatori privati del settore. 

In altre parole è stata privatizzata la gestione dell’ordine pubblico imponendo una normativa (con un atto non previsto nelle fonti del diritto – la circolare di pubblica sicurezza – seguito poi da circolari ministeriali, fonti secondarie del diritto) che prevede una serie di pesanti oneri, anche finanziari, e responsabilità a carico degli organizzatori di tali riunioni pubbliche, che ne limitano pesantemente lo svolgimento. 

In sostanza molti eventi pubblici da allora sono stati cancellati per l’impossibilità di fare fronte alle spese (una sagra di paese può arrivare a costare anche 15/20 mila euro in sicurezza) e quelli che si sono svolti sono stati pesantemente menomati e snaturati. 

Non solo! L’obbligo di dotarsi di buttafuori privati paradossalmente aumenta i rischi per l’ordine pubblico laddove l’esagitato ubriaco locale viene sicuramente meglio gestito da un appartenente alle forze dell’ordine o da volontari del luogo. 

La conseguenza più grave, però, è che solo le manifestazioni più ricche si potranno oramai svolgere, mentre quelle più povere saranno pesantemente penalizzate o cancellate. 

Ritornando alle pubbliche manifestazioni di pensiero (non soggette ad autorizzazione preventiva) non ci si stupisce quindi che alle sardine (movimento senza alcuna ideologia che non sia quella di sostenere il potere costituito) sia permesso di derogare alle norme che vietano gli spostamenti mentre a partite iva cui viene impedito da un anno di lavorare, invece, no.