Aggiornato alle di

mercoledì 5 maggio 2021

Appunti dopo un anno di “pandemia”

È ormai passato più di un anno da quando siamo entrati in questo tunnel chiamato “Covid”. La vita di ognuno di noi è stata stravolta sotto tutti gli aspetti: lavoro, amicizie, abitudini. Ognuno ha reagito come ha potuto. Io, lo confesso, mi sono aggrappato alle letture di libri e articoli per cercare di dare un senso a questo incubo e per provare a capire ciò che stava succedendo.

Ho affrontato filosofi come Agamben e Onfray, medici come Tarro, scrittori come Orwell, giornalisti come Martino Cervo (che mi ha fornito la maggioranza degli spunti per questo post) e, tramite loro, ho steso questi appunti che non hanno alcuna pretesa di originalità, ma che vogliono essere un semplice contributo per chiarirci le idee e fare il punto della situazione.

Innanzitutto credo che mai - almeno nella storia recente - si era visto un apparato di disposizioni così invasivo e confuso, violento e inefficiente insieme.

Il controllo dei comportamenti, la compressione dei diritti, i confini invalicabili saltati di slancio (il limite del corpo, i trattamenti sanitari, l’umana libertà, e quelle di movimento, e d’impresa) sotto ricatti continui spacciati con la sicumera della scienza che, tra l’altro, di scientifico non ha proprio nulla ma è qualcosa che si avvicina a un dogma scientista che non ammette dubbi.

E tutto senza che, per il momento, a tante militareggianti disposizioni corrisponda purtroppo un esito risolutivo nella guerra combattuta a tentoni contro il Covid.

Mese dopo mese, più la ferocia di certo dibattito incasella obiezioni, dubbi, domande, in sfere semantiche d’impresentabilità ideologica e politica, più sacche di resistenza si gonfiano. 

Più chi chiede trasparenza sugli esiti dei vaccini viene esposto alla gogna “No Vax”, più crescono i dubbi sulla bontà dei medicinali immunizzanti. 

Più l’Unione Europea fatica nel compito di approvvigionare gli Stati con le fiale, più ribadisce la sua necessaria potestà cui prostrarsi con una convinzione che viene giudicata sempre troppo debole.

A chi riflette sulla difendibilità pratica dei lockdown vengono rinfacciate le bare di Bergamo, e così tutto salta, tutto esplode in una curva dove c’è posto solo per tifoserie allucinate: il paradiso del potere, lesto a identificarsi in ciò che è “moderato” tra due estremi che non esistono.

E mai il potere stesso si era reso così necessario, apparentemente neutrale, trasparente - cioè non visibile - anche al netto dei suoi passeggeri e incespicanti interpreti.

Mai tra tecnica e politica l’attrito e l’abbraccio si erano fatti così arroventati.

Un tarlo sembra essersi annidato nei meccanismi delle nostre democrazie; la pandemia sembra aver catalizzato tratti riconoscibili sviluppatisi da tempo nelle nostre società.

Michel Onfray, non cedendo al fascino dell’inevitabilità dell’idea liberale, ha da poco rintracciato in 1984 di Orwell una “Teoria della dittatura” in sette punti, identificati - nota bene - prima della pandemia: 

- distruggere la libertà (“La parola, la presenza, l’espressione, il pensiero, le idee e gli spostamenti sono completamente tracciati e tracciabili. Le informazioni recuperate potranno essere tutte usate per istruire le pratiche destinate al tribunale del pensiero”); impoverire la lingua 

- abolire la verità (“Si stabilisce come nuova  e insormontabile verità il fatto che non esistono più verità ma solo prospettive. E guai a chi rifiuta la nuova verità sull’inesistenza della verità!”) 

- sopprimere la storia 

- negare la natura 

- propagare l’odio (“Nell’ambito della cultura postmoderna, l’odio viene riservato a chi non si inginocchia davanti alle verità rivelate della religione che si autoproclama progressista) 

-  aspirare all’Impero

Ci troviamo proiettati in orizzonti non solo “tecnicamente” totalitari e al centro di un flagello che sembra accelerare l’insostenibilità dell’antropologia contemporanea: decenni di decostruzione relativista di tutto portano alla verità di una scienza di cui non è lecito dubitare, agli ordini tassativi di un superstato terapeutico che può smentirsi su tutto senza perdere il piglio di chi è “sempre stato in guerra con l’Eurasia”.

In tutto questo, hanno un ruolo predominante i media mainstream che, quotidianamente, rivolgono i loro strali contro i “nuovi fascismi”, cioè l’etichetta da appiccicare (assieme a “chi non crede nella scienza”) a qualsiasi formula di dissenso rispetto al pensiero omologato e omologante. 

Un megafono continuo contro il nemico di turno dell’ordine costituito: la “pancia” del Paese, i cosiddetti populismi, eccetera.

Una nuova lezione di libertà sembra tanto più necessaria oggi, in una temperie in cui un vero discorso contro il potere sembra strutturalmente impossibile.

Potere non tanto nel senso di un dominio partitico, o legislativo, ma della tentazione sempre presente a ogni livello di prevaricare sull’uomo, sulle sue aspirazioni, i suoi desideri, la sua insopprimibile esigenza di verità, giustizia, bellezza.

Questo potere agisce nelle famiglie, nelle società e, certo, nei partiti, nelle istituzioni sovranazionali, nei grandi centri finanziari, ma ha sempre un’origine possibile nel cuore di ciascuno.

Proprio le questioni a proposito delle quali, sui giornali, si sente dire che “non ci si dovrebbe dividere”, sono quelle in cui il potere sogna l’unanimità di chi ha deciso per noi. Anzi, di chi in fondo non ha scelta, perché si concepisce falsamente neutro e inevitabile.

Avremmo bisogno di corazzarci contro un racconto che cerca nasi da soggiogare con anelli sempre più osceni. Dovremmo scardinare la cappa di menzogne universalmente diffuse e pervasive, ormai assurte a cornice delle cronache del presente.

Come ottimamente scrive Cervo: “Dagli ormai insopportabili paragoni a sfondo sanitario di ogni discorso politico (il “vaccino contro l’intolleranza”, le “vere infezioni da curare”, gli “anticorpi” contro questo e quello), alla mostrificazione di ogni dissenso (“no mask”, “no vax”, “negazionisti” sono armi da agitare per tacitare il dibattito, non già per indirizzarlo in canoni maturi); alle aporie impressionanti digerite da quasi tutti i media (le proteste di piazza sono gesti democratici da plaudire in Russia, Ungheria e Usa purché pro Biden, irresponsabili focolai in Italia, Francia e Usa se pro Trump); fino alla discesa dei contagi evidente merito dei provvedimenti restrittivi, mentre l’aumento delle infezioni prova l’irresponsabilità dei cittadini, e dunque determina provvedimenti ancor più restrittivi. 

Oggi, un discorso sul potere non pare possibile senza una solida pars destruens. A noi, cercare i picconi più adatti e affilati a disposizione”.