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mercoledì 9 giugno 2021

George Orwell, What is Science? - 26 ottobre 1945

Nel Tribune della settimana scorsa c’era una interessante lettera del signor J. Stewart Cook, in cui suggeriva che il miglior modo per evitare il pericolo di una “gerarchia scientifica” sarebbe di fare in modo che tutte le persone comuni avessero per quanto possibile una formazione scientifica. Allo stesso tempo gli scienziati dovrebbero essere tirati fuori dal loro isolamento e incoraggiati ad avere un ruolo maggiore nella politica e nell’amministrazione.



Facciamo un semplice test: la capacità di resistere al nazionalismo. Spesso si dice in modo approssimativo che “la scienza è internazionale”, ma in pratica i lavoratori in ambito scientifico di tutti i Paesi si accodano ai propri governi con meno scrupoli di quelli che hanno gli scrittori e gli artisti. 

La comunità scientifica tedesca nel suo insieme non ha opposto resistenza a Hitler. Hitler potrebbe aver rovinato le prospettive di lungo termine della scienza tedesca, ma c’erano ancora molti uomini dotati per fare le ricerche necessarie su cose come petrolio sintetico, aerei a reazione, proiettili a razzo e la bomba atomica. Senza di loro la macchina da guerra tedesca non avrebbe mai potuto essere costruita.

In linea generale penso che la maggior parte di noi sarebbe d’accordo, ma ho notato che, come al solito, il signor Cook non dà una definizione di scienza, e soltanto di sfuggita lascia intendere che si riferisce a certe scienze esatte i cui esperimenti possono essere effettuati in condizioni di laboratorio.

Pertanto, l’educazione degli adulti tende a “trascurare gli studi scientifici a favore di materie letterarie, economiche e sociali” e apparentemente l’economia e la sociologia non sono considerate branche della scienza. Questo è un punto della massima importanza.

Infatti la parola scienza oggi è usata secondo almeno due significati, e l’intera questione dell’educazione scientifica è oscurata dalla tendenza attuale di scivolare da un significato all’altro.

Con scienza generalmente si intendono (a) le scienze esatte, come la chimica, la fisica, ecc., o (b) un metodo di pensiero che ottiene risultati verificabili attraverso il ragionamento logico a partire da fatti osservati.

Se chiediamo a uno scienziato, o addirittura a quasi tutte le persone istruite, “Che cos’è la scienza?”, è probabile ottenere una risposta che si avvicina alla (b). Nella vita di tutti i giorni, tuttavia, sia nel parlato che nello scritto, quando le persone dicono “scienza” intendono la (a). Scienza significa qualcosa che accade in un laboratorio: la parola stessa richiama l’immagine di grafici, provette, bilance, becchi di Bunsen, microscopi. 

Un biologo, un astronomo, forse uno psicologo o un matematico, sono descritti come “uomini di scienza”: nessuno penserebbe di applicare questo termine a uno statista, un poeta, un giornalista o addirittura un filosofo. E chi dice che i giovani devono avere una formazione scientifica quasi sempre intende che si dovrebbe insegnare loro più radioattività, o delle stelle, o della fisiologia del loro corpo, e non che si dovrebbe insegnare loro a pensare in modo più puntuale.

Questa confusione di significato, che in parte è intenzionale, contiene un grande pericolo. Nella richiesta di una maggiore istruzione scientifica è insita l’idea che una persona che ha ricevuto una formazione scientifica avrà un approccio più intelligente a tutte le materie rispetto a chi non l’ha avuta. Le opinioni politiche di uno scienziato, si presume, le sue opinioni su questioni sociologiche, sulla morale, sulla filosofia, forse anche sulle arti, avranno più valore di quelle di quelle di un non addetto ai lavori. Il mondo, in altre parole, sarebbe un posto migliore se gli scienziati fossero al comando. 

Uno “scienziato”, però, come abbiamo appena visto, in pratica è uno specialista in una delle scienze esatte. Ne consegue che un chimico o un fisico in quanto tali sono politicamente più intelligenti di un poeta o di un avvocato. E, infatti, ci sono già milioni di persone che la pensano così.

Ma è proprio vero che uno “scienziato”, in questo senso più ristretto, è più propenso di altre persone ad affrontare i problemi non scientifici in modo obiettivo? Non ci sono molte ragioni per pensarlo.

D’altra parte, cos’è successo alla letteratura tedesca quando i nazisti sono saliti al potere? Credo che non siano stati pubblicati elenchi esaustivi, ma immagino che il numero di scienziati tedeschi - ebrei a parte - che hanno volontariamente scelto l’esilio o sono stati perseguitati dal regime fosse molto inferiore al numero degli scrittori e dei giornalisti. Più inquietante ancora, un certo numero di scienziati tedeschi ha mandato giù la mostruosità della “scienza razziale”. Alcune delle affermazioni che hanno firmato si trovano in Spirito e struttura del fascismo tedesco del professor Brady.

Tuttavia, in forme leggermente diverse, ovunque la situazione è la stessa. In Inghilterra gran parte dei nostri scienziati di spicco accetta la struttura della società capitalista, come si può vedere dalla relativa libertà con cui ricevono il titolo di cavalieri, baronetti e persino nobili. Dopo Tennyson, a nessuno scrittore inglese degno di essere letto - si potrebbe, forse, fare un’eccezione per Sir Max Beerbohm - è stato assegnato un titolo. 

E quegli scienziati inglesi che non accettano semplicemente lo status quo sono spesso comunisti: ciò significa che, per quanto intellettualmente scrupolosi possano essere nel loro ramo, sono pronti ad essere acritici e persino disonesti su determinati argomenti. Il fatto è che una semplice formazione in una o più delle scienze esatte, anche combinata con grandi talenti, non garantisce una visione umana o scettica. I fisici di alcune grandi nazioni, che lavorano in modo febbrile e segreto alla bomba atomica, ne sono una dimostrazione.

Tutto questo significa che la gente comune non dovrebbe avere una maggiore educazione scientifica? No, anzi! Significa che l’educazione scientifica delle masse farà poco bene, e probabilmente tanto danno, se si riduce semplicemente a più fisica, più chimica, più biologia, ecc., a scapito della letteratura e della storia. L’effetto sull’uomo medio sarà probabilmente quello di restringere la gamma dei suoi pensieri e renderlo più che mai sprezzante di una  conoscenza che non possedeva: e le sue reazioni politiche saranno probabilmente un po’ meno intelligenti di quelle di un contadino analfabeta che ha conservato alcune memorie storiche e un senso estetico abbastanza sano.

Chiaramente l’educazione scientifica dovrebbe significare l’imposizione di una forma mentale razionale, scettica, sperimentale. Dovrebbe significare acquisire un metodo - un metodo che può essere utilizzato per qualsiasi problema che si incontra - e non semplicemente accumulare tante nozioni. Mettiamolo in questi termini e l’apologeta dell’educazione scientifica sarà generalmente d’accordo. Ma se ci spingiamo oltre e gli chiediamo di essere più specifico, in qualche modo viene sempre fuori che l’educazione scientifica più attenzione alle scienze esatte, in altre parole: più fatti. L’idea che la scienza significhi un modo di guardare il mondo, e non semplicemente un bagaglio di conoscenze, in pratica è fortemente contrastata. Penso che in parte la ragione di questo sia la pura invidia professionale.

Se la scienza è soltanto un metodo o un atteggiamento, così che chiunque ha processi di pensiero sufficientemente razionali può in qualche modo essere descritto come uno scienziato, che ne sarà allora dell’enorme prestigio di cui godono ora il chimico, il fisico, ecc. e della loro pretesa di essere in qualche modo più saggi di tutti noi?

Un secolo fa Charles Kingsley descriveva la scienza come un “fare cattivi odori in un laboratorio”. Un anno o due fa, un giovane chimico industriale mi informava compiaciuto che “non riusciva a capire a cosa servisse la poesia”. Il pendolo dunque oscilla avanti e indietro, ma non mi sembra che un atteggiamento sia migliore dell’altro. 

Al momento la scienza è a un livello superiore, e quindi giustamente sentiamo l’affermazione che le masse dovrebbero avere un’istruzione scientifica: non sentiamo quanto dovremmo la contro affermazione che anche gli scienziati trarrebbero qualche beneficio da un po’ di educazione. Poco prima di scrivere queste righe, ho letto su una rivista americana l’affermazione che un certo numero di fisici britannici e americani si sono rifiutati dall’inizio di fare ricerche sulla bomba atomica, sapendo bene che uso ne sarebbe stato fatto.

Ecco un gruppo di uomini sani di mente in mezzo a un mondo di pazzi. E anche se non sono stati pubblicati i nomi, penso che sarebbe ragionevole supporre che tutti loro fossero persone con un qualche tipo di background culturale generale, qualche conoscenza di storia, letteratura o arte - in breve, persone i cui interessi non erano, nel senso attuale della parola, puramente scientifici.