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lunedì 7 giugno 2021

La Giustizia e la Pandemia - Avv. Valerio Donato

Come mi è capitato di ricordare spesso, l’amministrazione della Giustizia è lo scopo fondamentale e primigenio dello Stato. L’essere umano, invero, accetta di sottomettersi ad un’autorità superiore, che in origine era il re, proprio perché delegare la risoluzione delle dispute, in ottica economica, è più conveniente che lasciare che i singoli si facciano giustizia da soli, scatenando faide che possono durare anche per molte generazioni. 


Possiamo quindi serenamente affermare che se rinuncia ad amministrare la Giustizia lo Stato non ha alcuna ragione di esistere. Lo Stato moderno poi deve essere di diritto nel senso che delle leggi devono essere scritte prima delle dispute da risolvere, devono essere intellegibili e si devono applicare a tutti i consociati (e quindi anche allo stesso Stato sia democratico o assoluto). 

Con la pandemia possiamo affermare di avere visto seriamente compromessi questi principi. Ai primi di marzo del 2020, allorquando il panico si stava scatenando, si incominciò a rinviare indiscriminatamente i processi. Successivamente per decreto legge fu stabilito il rinvio forzoso di tutti i processi salvo quelli urgentissimi. 

Fu sancita la sospensione della prescrizione penale (norma sostanziale che giammai dovrebbe essere applicata retroattivamente) per quelli rinviati. Tale abrogazione dell’art. 25 della Costituzione (“nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”) operata con decreto legge è stata addirittura sanata dalla Corte Costituzionale che inspiegabilmente l’ha ritenuta legittima. 

Ma l’abrogazione dello stato di diritto si è vista soprattutto nei riflessi pratici. Ricordo che prima delle chiusure avevo notificato un precetto, atto stragiudiziale necessario per intraprendere un’esecuzione forzata, per un importo rilevante. Tale atto vale 90 giorni. Il primo problema fu ritirarlo, non potendomi recare dall’ufficiale giudiziario. Dopo varie peripezie mi fu restituito, per decisione amministrativa locale, solo dopo un mese perdendo così la differenza tra quanto pagato e quanto effettivamente dovuto (per legge le somme lasciate in deposito all’ufficiale giudiziario vengono acquisite se non ritirate entro 30 giorni). 

Avevo ancora meno di 60 giorni di tempo per procedere con il pignoramento, che potevo effettuare in due tribunali differenti. Nel primo me lo avrebbero eseguito solo decorsi 60 giorni, nel secondo (che effettivamente scelsi perché più conveniente) mi dissero che il Presidente del Tribunale, con proprio atto amministrativo di nessun valore legale, aveva sospeso il termine di validità del precetto e quindi me lo rifiutarono. 

Per fortuna con la parziale riapertura di maggio riuscii ad eseguire il pignoramento nei 90 giorni. A seguito di rinvio di ufficio dell’udienza fui quindi onerato, irritualmente, di notificare al debitore lo spostamento della stessa. Giova precisare che l’attività dei Tribunali riprese, con le nuove disposizioni in tema di udienze a distanza solo a settembre poiché da maggio a luglio furono trattati, oltre a quelli urgentissimi di cui sopra, solo gli affari normalmente definiti urgenti. 

Da settembre in poi quindi fu un accavallarsi continuo di udienze rifissate con notevole difficoltà per i difensori di farvi fronte. Importanti esponenti della Magistratura in merito ebbero ad affermare che il procedere in assenza degli avvocati (quando “la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento” ex art. 24 Cost) era un bene per la giustizia. 

Nel frattempo un nuovo decreto legge ha stabilito che i processi penali in Corte d’Appello siano trattati in assenza di difensori e parti salvo che non se ne faccia richiesta almeno 15 giorni prima. 

Attualmente la situazione resta drammatica: ogni ufficio giudiziario, anche all’interno di uno stesso distretto, applica regole proprie per l’accesso agli uffici e alle udienze con buona pace del principio di uguaglianza e di uguale applicazione della legge. In merito segnalo che alcuni uffici del giudice di pace (dove non esiste il telematico) accettano gli atti solo a mezzo posta anticipata da pec ma poi non forniscono informazioni al telefono sui procedimenti. 

Altri uffici procedono a rinvii di anni. In altri ancora, come recentemente verificato, un atto da fare davanti al cancelliere quale la rinuncia all’eredità, che normalmente si deve compiere entro tre mesi dalla morte del de cuius, viene fissato (attraverso apposita prenotazione su una piattaforma gestita da una società privata) a distanza di quasi 7 mesi, obbligando gli utenti a rivolgersi ai Notai con costi anche 15 volte superiori. 

La situazione è pertanto inaccettabile e i Consigli dell’Ordine degli Avvocati che dovrebbero vigilare sulla corretta amministrazione della giustizia da parte di Magistrati e Funzionari, a parte timide proteste, hanno pressoché fatto acquiescenza a queste mal pratiche giudiziarie.